“Il meandro!
Vidi sulla mappa che lì, tra Monticelli e Calendasco, il Boa disegnava la prima grande rivoluzione. Il primo di cinque, doppi avvitamenti ininterrotti. Dieci curvoni fino alla confluenza con l’Adda, alle porte di Cremona.
Sembrava impossibile che una massa capace di una simile spinta potesse ancora avvitarsi e tornare indietro. (…) E tutto, per giunta, avveniva senza ragione apparente.
Non c’erano ostacoli da evitare: Po si contorceva per il puro piacere di fare acrobazie. Il greco è lingua superiore, e la parola “meandro” conteneva già tutto il senso di quella follia, la quintessenza divagante e imprevedibile dell’acqua.
“Un fiume che corre dritto verso il mare dà assai poco al mondo“, avevo letto da qualche parte.
Rettificare i torrenti è roba da plotone di esecuzione: si devasta chi sta a valle. Un fume rettilineo impazzisce, parte alla carica come un rinoceronte africano in una piantagione geometrica.
Per questo meandro è anche metafora grandiosa: la ricchezza dell’arrivo a Itaca sta negli infiniti giri che per anni Odisseo compie per raggiungerla. (…) Ma il fiume è anche narrazione: e poiché, nel discorso meandro è sinonimo di tortuosità, digressione e intrico, ecco che censurare i meandri di una discussione equivale a castrarla del suo meglio.
Sono le digressioni delle favole la cosa che piace di più ai bambini. E sono sempre i meandri a far penetrare un romanzo con maggiore efficacia. (…)
Sapevo che quelle curve erano per il fiume una ricchezza inestimabile: allungavano la superficie di contatto tra acqua e terra, ampliando quel mondo umido e anfibio dove la vita pullula più che altrove.”
Paolo Rumiz in “Morimondo”
