“La prima cosa che vediamo, appena scesi dal tram, è il nuovo palazzone di Aldo Rossi, in via Maria Drago. (…) Io dico «nuovo» ma in realtà quel falansterio è lì da almeno vent’anni. Non c’è niente di nuovo, ormai ha già una sua storia. Ma il problema è che io mi ricordo cosa c’era prima. In fondo questa è la nostra condanna di uomini e di cittadini: crediamo nell’immutabilità delle città. Ci sentiamo come fossimo le coordinate zero dello spazio urbano (…)”
“Possiamo persino accettare che le persone cambino casa, che si trasferiscano, che si perda la loro traccia, che muoiano. Ma troviamo inaccettabile che le case possano essere abbattute Perché è come se da quei muri trasudino residui delle piccole vite di ognuno di noi, come se ne conservassero per sempre la memoria, come se fossero infestati di vite precedenti, proprio come i fantasmi nei castelli delle favole per bambini. Non a caso poniamo lapidi su questi muri: qui nacque, qui visse, qui morì.”
“Insomma, non se ne esce da questa spirale perversa, se non accettando che lo sbrego, che lo scarabocchio, facciano legittimamente parte della foto, che, insomma, la nostra memoria sia, nella sua selettività, arrogante e molto meno autorevole di quanto vogliamo accettare.”
Gianni Biondillo in “Tangenziali”
