Categoria: I nostri post
…il contributo artistico del fotografo deve realizzarsi…
“… il contributo artistico del fotografo deve realizzarsi prima che il lavoro abbia inizio, attraverso la scelta del soggetto, nella composizione e nella conoscenza degli effetti della luce, nella previsione dei risultato finale, nell’eliminazione di eventuali imprevisti” attuando “un preciso processo di preparazione.”
da “L’equilibrio instabile della geometria” di Riccardo Turrina (in Berlino Profili Urbani di Luca Chistè)
Identità architettonica alpina
“nel corso della storia le popolazioni alpine hanno sempre dimostrato di essere in grado di sopravvivere con le risorse della montagna; hanno saputo rielaborare culture esterne diverse dalle loro, adattandole alle proprie esigenze e alle proprie aspettative di vita […]. Ciò che invece ha contribuito a modificare un mondo che è rimasto praticamente invariato per secoli sono stati lo sviluppo e lo sfruttamento turistico del ventesimo secolo, che hanno creato nuovi modelli urbani di insediamento turistico […]. Tutto ciò si traduce in ponti, strade, viadotti, condutture, linee ferroviarie, strutture di trasporto dell’energia elettrica, gallerie, edifici di ogni dimensione e tipologia costruttiva. Queste nuove strutture costruite irrompono in un paesaggio già di per se colonizzato dall’uomo.
La differenza tra le strutture realizzate nel XX secolo e quelle che le precedono è però sostanziale: sono sorte partendo da spinte concettuali opposte” .
Le forme del moderno non sono nate per rispondere ai bisogni di sopravvivere in un contesto difficile, ma per rispondere alle esigenze del turismo. Ciò ha comportato l’introduzione di tipologie edilizie tipiche della città contemporanea, come il condominio , che non avevano precedenti nell’architettura tradizionale, e la trasformazione di tipologie storiche, come il rifugio di montagna, in alberghi-rifugio , nati negli anni ’30 per accogliere una utenza sempre più allargata. È in questo lasso di tempo, in cui la modernità della città si trasferisce in alta quota, e in cui la realizzazione della modernità passa dalla pionieristica “sfida alla natura, al suo inevitabile consumo” , che l’identità architettonica alpina, legata alla baita, al maso e alla montagna da scalare, priva di infrastrutture, si trasforma in qualcosa di diverso, in cui i disegni di Taut non sembrano più così fantasiosi ed utopici, soprattutto se, scavalcando il 2000, si pensa alle realizzazioni del XXI secolo . La modernità, e tutto ciò che essa comporta, irrompe anche in alta quota.
Estratto da “Identità architettonica alpina” in “Trentino verso nuovi paesaggi” (pag. 52) scaricabile dal sito http://www.paesaggiotrentino.it/it/documentazione/quaderni-del-paesaggio-trentino/01.-trentino-verso-nuovi-paesaggi.-ricerche-sullevoluzione-del-paesaggio-trentino%E2%80%9D_1163_idp/
La fotografia è un potente medium comunicativo
“La fotografia è un potente medium comunicativo”
Luca Chistè
«Le fotografie si fanno con i piedi».
Si fanno misurando lo spazio con passi lenti prima di piantare il cavalletto, e poi aspettando con pazienza, con sguardo lento, che la pancia della macchina, obbediente, rumini e digerisca l’immagine.
Intervista a Gabriele Basiligo su repubblica on -line
fonte: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2012/03/14/misurare-e-meglio-che-giudicare/
"La partecipazione non sia solo pura protesta" di Alessandro Franceschini (dal giornale L’ADIGE di sabato 11 febbraio 2017)
In questo momento in cui è sempre più difficile capire da che parte sta l’arroganza o da chi è chiesta maggiore partecipazione, riporto dal giornale L’ADIGE di sabato 11 febbraio 2017 questo intervento, che condivido, di Alessandro Franceschini.
In particolare cito solo il seguente passaggio: «rispettare gli altri abbastanza da ascoltarli molto oltre le parole che dicono.»

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“La partecipazione non sia solo protesta”
di ALESSANDRO FRANCESCHINI (dal giornale L’ADIGE di sabato 11 febbraio 2017)
Il caso vallo tomo di Mori
Gli eventi che stanno interessando il comune di Mori, in particolare per quel che riguarda la costruzione del «vallo-tomo» a protezione dell’abitato, meritano una riflessione che va al di là del fatto contingente e piuttosto delicato, ovvero l’opportunità o meno di realizzare una struttura per la sicurezza idrogeologica di un centro abitato.
Portano a un’analisi dello stato della partecipazione dentro la nostra comunità e alla conseguente capacità che hanno i nostri amministratori di accogliere le istanze che provengono dal basso.
Viviamo un tempo, infatti, in cui la delega rappresentativa che deriva da un percorso elettorale non può essere più considerata un’investitura «in bianco»: la consapevolezza dei cittadini e la crescita delle informazioni, unite ai nuovi strumenti di discussione e di confronto collettivo mediati dalla rete di Internet, rendono la rappresentanza politica un qualcosa costantemente in discussione, quasi fosse il frutto, da rinnovare quotidianamente, di un’incessante negoziazione tra popolo e potere democratico.
Il tema dello scontro che ha coinvolto la cittadina lagarina è assai complesso: da una parte le ragioni degli uffici tecnici della Provincia, che vogliono garantire la sicurezza della cittadinanza, prevedendo la messa in opera di artefatti per il consolidamento geologico del declivio; dall’altra le istanze di una comunità locale che non vuole perdere la memoria della propria identità: ovvero quei segni antropici di conquista agricola della montagna che rendono il paesaggio moriano davvero originale e che ci ricordano, allo stesso tempo, il nostro passato e la fatica che, per secoli, gli abitanti hanno dovuto mettere in atto per rendere il Trentino una terra abitabile.
Queste due esigenze sono entrambe da sottoscrivere: garantire la sicurezza di un territorio senza perdere la qualità del suo paesaggio dovrebbe essere un imperativo imprescindibile per una comunità che vuole essere matura, moderna e consapevole.
Eppure a Mori qualcosa non ha funzionato. Ed è importante chiedersi il perché. Ogni discorso che intercetta il tema della partecipazione si presta per essere facilmente mal interpretato. «Partecipazione» è una parola diventata oramai inflazionata, spesso pronunciata a sproposito dagli amministratori e dai cittadini, svuotata di significato e che offre il fianco alla retorica populista. Nei tempi della crisi della democrazia rappresentativa, o, meglio, di quel modello di rappresentanza che abbiamo inseguito a partire dal Secondo dopoguerra, occorre affinare nuovi strumenti per il governo di una società mai stata così multiforme nel corso della storia dell’umanità.
Strumenti che possono trovare proprio nella cittadinanza attiva, consapevole, partecipante, un imprescindibile motore di propulsione democratica, capace di colmare quel deficit fiduciario che oggi separa il popolo dai suoi organi di rappresentanza. Strappando la partecipazione dal mondo delle astrazioni metodologiche e facendola diventare un elemento strutturante il senso comune, al pari di tutte quelle pratiche comunitarie, quei riti, quegli usi che non hanno bisogno di essere interrogati né di essere messi in discussione.
Nel caso del vallo-tomo di Mori è stata probabilmente sottovalutata, nell’iter decisionale, la prospettiva comunitaria su una scelta che poteva sembrare, a una lettura superficiale, squisitamente tecnica. Cosa c’è di più ovvio di una montagna che sta crollando e di un’opera di difesa che deve essere all’uopo progettata? In realtà tra il problema e la soluzione, come si è visto, c’è di mezzo il mare.
La società contemporanea, infatti, è caratterizzata da un articolato livello di sofisticazione culturale che può produrre cortocircuiti sociali capaci, a loro volta, di interrompere, o rendere molto difficoltoso, il processo decisionale. Le comunità oggi non sono aggregati semplici e banali, ma insiemi caratterizzati da pluriappartenenze, abitate da individui con diversità d’identità, di culture, d’interessi e di opinioni. E proprio questa complessità deve essere governata attraverso percorsi di inclusione deliberativa, gli unici in grado di garantire, in fin dei conti, la certezza dell’iter decisionale e quindi della sua operatività.
C’è allora tutta una nuova grammatica che deve essere insegnata, imparata e interiorizzata. Non solo da parte degli amministratori, a cui spetta sicuramente il compito più gravoso di fare delle scelte. Ma anche da parte dei tecnici che spesso sono coinvolti nel processo decisionale. E da parte dei cittadini che sono chiamati ad una nuova responsabilità, che interessa sfere fino a ieri prerogativa dei rappresentanti istituzionali. In questa prospettiva può essere interessante tornare ai suggerimenti di Paulo Freire, pensatore brasiliano, noto per la sua «pedagogia degli oppressi»: ovvero, «rispettare gli altri abbastanza da ascoltarli molto oltre le parole che dicono», scoprendo le possibilità emergenti, in modo da co-generare le domande e le strategie di sviluppo di comunità.
Dentro una società complessa, come quella in cui viviamo, il principio della partecipazione deve essere concretamente implementato attraverso pratiche adeguate, moderne e coerenti con le peculiarità del luogo.
Per queste ragioni deve essere pazientemente costruita una nuova cultura della partecipazione, a tutti i livelli. E, di pari passo, va aumentata la capacità di espressione del cittadino e la capacità di ascolto dell’amministratore pubblico. Con lo scopo di neutralizzare quel meccanismo perverso che riduce lo spazio della partecipazione alla pura protesta. Che porta l’esercito dove ci dovrebbe essere solo l’esercizio della democrazia.
Creando procedure capaci di stimolare la partecipazione ne guadagneranno tutti: gli amministratori nella loro immagine pubblica e nel loro consenso, i cittadini nell’esercizio della loro sovranità, i problemi concreti, nelle possibilità di essere, finalmente, risolti.
Alessandro Franceschini
Architetto

