“Fu grazie [ad un’altana] e a un buon cannocchiale che potei distinguere anche i primi segni del Dio Serpente.
Sul lato nord, il piattume padano era segnato da una linea impercettibile di scarpate, concave come anfiteatri, punteggiate sulla sommità dai campanili lombardi simili a granatieri con l’elmo chiodato. Era l’estremo limite delle ghiaie alluvionali subalpine, che impercettibilmente digradavano, terrazzate di risaie, e che un anaconda inquieto aveva eroso, modificando il suo corso a ogni piena. La mappa al 100 mila diceva che dopo il Tanaro sarebbe iniziato un letto più largo e ingovernabile, e che quei meandri fossili si sarebbero fatti ancora più visibili con la confluenza del Ticino, il più potente dei fiumi del Nord, e poi verso l’Isola Serafini, alle porte di Cremona.
Ecco dunque: l’ampiezza del Po non era gli ottanta metri del suo corso e nemmeno i trecento del suo letto di ghiaie, ma i sette-otto chilometri tra quelle sinuose parentesi che a nord e sud chiudevano il discorso del fiume con una linea armonica e perfetta. Nessuna mano di architetto del paesaggio o di giardiniere avrebbe potuto disegnarle meglio. Quell’ampia zona inondabile era la garanzia della naturalità del fiume: su quell’autostrada larga come tre aeroporti, il Po correva libero e decollava sfolgorante verso il sole in ascesa.
La potenza di quella pazzesca macchina d’acqua non poteva essere capita né da una barca, né da un ponte e nemmeno da un argine, ma proprio da quella linea di paesini sconosciuti e prudentemente arroccati: Pieve Albignola, Zinasco, Cave Manara, Torre de’ Negri, Costa de Nobili, Santa Cristina, Chignolo, Mirabello.”
Paolo Muriz in “Morimondo”